servono centinaia di parole per negoziare una comunicazione efficace.
basta un solo non detto per distruggerla.
servono centinaia di parole per negoziare una comunicazione efficace.
basta un solo non detto per distruggerla.

Sto quasi per dirglielo.
Da giorni.
Le parole si frantumano di fronte a quegli occhi che hanno fame di favole.
Abbasso lo sguardo e dico qualcosa di inutile, corredato da un sorriso idiota.
E mi sento subito meglio,o forse no.

Carlo Belloli – Città / un emigrante, 1975
Foto da catalogo ” la parola nell’arte” MaRT. Collezioni
In metropolitana c’è poca gente e c’è silenzio. Un uomo passa chiedendo soldi.
Gli occhi dell’emigrante si sono fermati sui miei e abbiamo conversato in modo per nulla fluido.
Cercavo di seguire i suoi discorsi pieni di dolore e di rammarico per un’integrazione apparente.
Le sue illusioni sono cadute quando ha ricevuto il rifiuto a condividere il pasto per festeggiare la nascita della sua bambina. Presumo sia un evento accaduto lontano nel tempo considerata la sua età (sembra un settantenne).
“Quando non c’è rispetto non c’è nome e mia figlia non ha nome.”
Un dolore composto, fitto di rassegnazione.
Gli ho detto “io ti rispetto, come ti chiami?”
Ha allungato la mano per stringere la mia e ha chiesto il mio nome.
Una mano forte e grande ha accolto la mia con delicatezza.
“C’è rispetto e c’è nome, assalam aleikum, lucy”
“Aleikum Salam, Tareq”
Andando via si è girato ancora una volta.
Forse voleva dirmi ancora qualcosa, chissà!
Sono fortunata ad essere qui dove posso essere testarda e libera.
E come conseguenza posso essere sola, in volontario isolamento.
E domani magari posso cambiare la mia vita. Posso.
Lo capisco ogni volta che leggo.


Vorrei poter fotografare liberamente l’emozione che scaturisce durante la fruizione di un’opera d’arte.
Non mi interessa fotografare l’opera da sola.
“Non si può assolutamente fare foto all’interno dell’edificio, signora!! “
Magra consolazione ottenere uno scatto poco soddisfacente fatto in barba al divieto.
Magra ma vera.